• Admin

UN CASO



Quanto potrò resistere ancora.

Oggi ho davvero capito che non c’è fine al male.

Da quando sono stato deportato qui, sullo scoglio più deserto della Guyana francese, a nessuna delle guardie è stato permesso di parlarmi quindi io mi parlo in continuazione e da solo cerco di tenermi desto.

A volte, come oggi, non mi conviene. Sarebbe meglio essermi perso nella nebbia della follia per non rendermi conto di quanto disprezzo mi venga riservato. La sera vengo messo ai ferri e costretto nella stessa posizione, pietrificato fino al mattino o ai giorni seguenti.

Non ci sono motivi per questa precauzione, sono un detenuto mansueto e sono tenuto in disparte dagli altri prigionieri: mi è stata assegnata una capanna delle sevizie.

Non c’è nessun senso dunque al quale io possa aggrapparmi, nessuna ragione, se non quella dell’odio per ciò che rappresento.

Il vento sferzante mi sta bruciando la pelle, la pioggia e il freddo umido si infiltrano tra i tessuti, le ossa e rallentano i pensieri, dedicandone alcuni al mio corpo in decomposizione. La solitudine prosciuga tutti gli impeti sani dell’anima e sento la lingua atrofizzata come un peso morto in bocca.


Sarò mai in grado, una volta tornato in Francia, di parlare ancora? Di rimanere in piedi, davanti ai magistrati, agli avvocati e ai generali del primo Consiglio di Guerra per difendermi da ogni oltraggiosa accusa di alto tradimento della Patria, e di gridare ancora: Sono innocente!!!


Sarò mai in grado di guardarli tutti negli occhi? Quegli occhi, che hanno seguito con divertimento e compiacenza tutto il rito della mia degradazione. Quegli sguardi che hanno accompagnato ogni strappo di bottoni, spalline e galloni dalla mia divisa di ufficiale non mi hanno mai lasciato, e sopravvivo all’umiliazione subita e all’eco delle grida “A morte gli Ebrei” pensando che solo se terrò duro potrò recuperare il mio onore. Il nostro.


Dietro le sbarre della finestra osservo le palme oscillare, fiere, quasi a spezzarsi. Quasi.


Quest’isola è un incubo.

Ma un giorno potrebbe diventare un posto bellissimo in cui migliaia di turisti, nel periodo del bel tempo, potrebbero fermarsi ad ammirare il mare lambire la terra. E visitare i ruderi di questo penitenziario e della capanna dove, dal 1895, fu imprigionato Alfred Dreyfus: uno dei capri espiatori di una politica corrotta dall’odio e pervasa dall’antisemitismo dilagante.


L'UFFICIALE E LA SPIA - Regia di Roman Polanski Con Louis Garrel e Jean Dujardin - Francia 2019


'Un caso' è un mio racconto ispirato al film


Tema in rilevanza: Il giudizio e addirittura il pregiudizio sono meccanismi innati nell'essere umano e in certi contesti e situazioni possono essere utili a prendere decisioni funzionali per chi le deve compiere. Sono altresì pericolosi e profondamente ingiusti, soprattutto se trasformati in strumenti politici e usati in cattiva fede. Nel film si assiste al coraggio di sospendere il giudizio (e forse modificarlo) per scegliere di fare la cosa giusta.


​Ho scelto questa foto perché: Il J'accuse di Emile Zola è un grido, una richiesta di giustizia che va oltre e contro la convenienza di chi lo compie.

17 visualizzazioni